Problemi di identificazione di stampe fotografiche 1840-1860- work in progress


 In corso di redazione… voglio aggiungere biblio foto e altro testo

Le stampe positive prodotte tra gli anni 40 e 50  dell’ottocento presentano a volte caratteristiche della superficie che rendono dubbia l’identificazione del procedimento di stampa.

Stimolata  da recenti incontri  e osservazioni ho rispolverato un po’ di scritti e vi faccio un breve riassunto della materia.

Tutto nasce nel momento in cui ci troviamo davanti a stampe che ci danno l’impressione di essere stampe su carta salata  ma presentano un certo grado di lucentezza che ci fa pensare ad una stampa all’albume . La definizione che trovo più adatta a queste stampe è ” carta salata non matt” .

D’altra parte, ci si trova davanti a stampe che istintivamente ci portano a definirle albumine ma non possiedono la lucentezza tipica che ci toglierebbe ogni dubbio.

Dato  che non possiamo sapere ora come fossero in origine queste stampe, ricordo però che le stampe su carta al sale in ambito anglofono venivano chiamate “plain print” che possiamo tradurre come semplici   proviamo a perderci nella miriade di variabili che possono avere causato  “l’ibridazione” di questi due procedimenti fotografici.

Il supporto in carta  a seconda della qualità o del tipo di collatura (gelatina o amido)  o anche di lavorazione (meccanica o manuale)  utilizzata dal produttore  può essere più o meno brillante. In particolar il trattamento con arrowroot, secondo Reilly,  conferisce alla carta una blanda lucentezza.

L’aggiunta di sigillanti  influisce sulla capacità di assorbire i liquidi, alterando lievemente il luogo in cui l’immagine viene a formarsi,  dentro o sopra le fibre della carta. Lo stesso effetto si ottiene trattando il foglio, prima della sensibilizzazione,  con una soluzione di acqua e albumina. L’immagine appare così sensibilmente più definita risiedendo più in superficie.

Bisognerà tenere presente che l’apparenza del  supporto muta ogni volta che viene bagnato, per la salatura, l’albuminatura,  la sensibilizzazione, l’eventuale sviluppo (Blanquard -Evrard) viraggi, fissaggi ed eventuali verniciature o cerature.

Anche il modo in cui le carte asciugano (rapidamente, con trattamenti a caldo) o semplicemente all’aria e per  il tempo necessario che varia a seconda della temperatura ambiente.

Le prove positive potevano essere rivestite con una infinità di sostanze tra le quali  gomma arabica, cera d’api, vernici, albume e gelatina. Il fine era quello di proteggere lo strato immagine dall’atmosfera, di farle apparire più brillanti, di prepararle per l’applicazione del ritocco pittorico.

Con il passare del tempo  la lucentezza dell’albumina, che alcuni dapprima trovavano volgare, divenne poi di moda spianando il passo alle albumine , spesso definite “crispy” che conosciamo .

Interessante è vedere come nei primi anni di utilizzo del processo all’albume nelle ricette dei manuali fotografici   troviamo indicato un  rapporto albume acqua di 1:1 il cui risultato è quello di produrre stampe soltanto  lievemente lucide .

 

http://www.sunpictures.com/html/exhibition.php?e=131